Vecchiattini
27
Lug

Industrial Heritage: un tema complesso nella Liguria del XXI secolo

Rita Vecchiattini

Outside Italy the issue of disused industrial sites and their restoration has been discussed since the second half of the 1900s, while the interest in industrial heritage in Italy is only fairly recent. It stems from the evolution of the concept of heritage asset and the shift of focus from monuments themselves to the surrounding environment and cultural landscape. In Liguria, Italy, a series of studies was carried out on the history of the region’s industry, which was a key sector from the 1850s to the 1900s, especially mechanics and metallurgy as well as in the textile, nautical, chemical and food industries. Industrial buildings in Liguria are often situated in areas crucial from the point of view of their location and interesting in their surrounding landscape. These buildings were built in the 1850s under the political and cultural authorities of the time that considered Liguria a strategic region for Italy’s economic panorama and its modernisation process. The profound economic crisis in the 1950s caused great local damage to the region as a number of factories built along the coast and riverbeds were eventually abandoned. In time, demolitions, objective difficulties in refunctionalising the areas and the need to find new spaces for residential areas or shopping and recreational centres triggered a process of reutilising the territory which led to subsequent landscape modification. These changes and processes often impeded the conservation of industrial buildings, even those of higher cultural value.

Il patrimonio industriale testimonia le mutate condizioni economiche determinate principalmente dall’introduzione di nuove fonti energetiche e conseguenti soluzioni tecnologiche che, a partire dal XIX secolo, si sono verificate in contesti culturali e istituzionali in rapido cambiamento, sia a livello europeo che nazionale. L’interesse per tale cospicuo e complesso patrimonio nasce almeno a metà degli Anni Cinquanta del Novecento in Inghilterra dove, a seguito di una profonda crisi dell’industria, molti manufatti, simboli delle rivoluzione industriale, furono dismessi e abbandonati. Si imposero, così, all’attenzione dell’opinione pubblica e delle amministrazioni nuovi problemi di catalogazione, studio e riuso di grandi complessi industriali. Ben presto, tali temi si diffusero anche in altri paesi europei e non solo (Francia, Germania, Spagna, Svezia, Cecoslovacchia, Polonia ma anche Canada e USA) dove furono affrontati dal punto di vista teorico e pratico, sia pur con accenti e contenuti diversi.

Se all’estero si è, dunque, iniziato a porre il problema dei siti industriali e a recuperare quelli di particolare rilevanza già nella seconda metà del Novecento (si pensi alla Gare d’Orsay di Parigi-1986, alla fabbrica tessile di Terrassa in Catalogna-1986, alla centrale elettrica di Bankside a Londra-1995 o all’Hamburger Bahnhof di Berlino-1996), in Italia l’interesse per il patrimonio industriale è relativamente recente e segue l’evoluzione del concetto di Bene Culturale e l’estensione dell’interesse dal monumento all’ambiente e al paesaggio culturale (Fontana et al. 2005). Studiare opere che coinvolgono elementi di carattere tecnico ed economico, culturale e istituzionale, territoriale e logistico ha richiesto nel tempo la messa a punto di un metodo di studio (archeologia industriale), mutuato dalla disciplina storico-archeologica che, in modo interdisciplinare, permette di studiare le testimonianze materiali e immateriali del processo di industrializzazione (Battisti 2001, Tognarini e Nesti 2003).

L’archeologia industriale è innanzi tutto archeologia della produzione e, come tale, è un formidabile strumento d’indagine dell’identità di un territorio che permette la  ricostruzione della sua fisionomia e la comprensione delle sue modificazioni. Il fenomeno dell’industrializzazione è complesso e coinvolge risorse, competenze, attitudini e scambi, variamente combinati tra loro, che trovano concretezza ed esito in attrezzature, apparati, impianti, strutture ma anche altrettanto significative reti commerciali, comunicative ed energetiche.

Nello studio del patrimonio industriale, accanto a strutture e macchinari, si incrociano, inoltre, vicende umane, sociali, economiche, culturali e affiorano le dinamiche e le trame del tessuto territoriale, le politiche e le scelte che hanno caratterizzato lo sviluppo locale. È dunque importante, in fase di analisi, dotarsi di strumenti di conoscenza per una lettura non solo dei “frammenti architettonici”, le più evidenti vestigia di tale passato, ma anche del palinsesto storico ed economico che li ha prodotti e che ha influito, in larga misura, sulla connotazione di molti siti, ambienti e paesaggi. La dimensione ambientale e territoriale risulta dunque essenziale per la comprensione degli effetti dell’attività industriale e per la pianificazione futura. In questo senso, la conoscenza del patrimonio non può essere considerata il fine ultimo del processo ma un imprescindibile passaggio dell’agire politico che, sul tema degli insediamenti industriali, è spesso colpevolmente distratto. Ogni territorio deve, dunque, affrontare il tema localmente confrontandosi con un’industrializzazione che spesso ha specifici caratteri e con manufatti che pongono peculiari problemi di recupero…

⇒ l’approfondimento continua sul numero 36-37 de ilProgettoSostenibile

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