19
Feb

Ri-ciclo. Dalle pratiche alle politiche

Raffaella Fagnoni

The dissemination of re-cycle practices and temporary re-use, besides being an expression of social innovation and rediscovery of DIY, it demonstrates a perspective shift of design disciplines. Through bottom-up actions related to use artefacts or abandoned spaces for everyday life collective purposes, rather than consumption, the interest focuses more on people than on things. In Italy this scenario is the background for a strong past influence and it is affecting the way we think about the future. A number of incorrect predictions about the building heritage have led to a massive invasion on our landscape, increasing considerably the amount of unused building stock. This awareness increases sentiment towards social issues of design. The chance to experience ways of acting and design emerges from meeting between the practice, which aims to change the state of things, and the culture, which gives meaning to this change. Temporary uses open the way to permanent effects on the context in which they occur, the aim of which is moving at double speed: on the one hand the slow progress of planning and on other hand the swiftness of informal actions. Vacant buildings and spaces are now an experimental laboratory in which the event becomes an instrument of anticipation that acts as a meme, a unit of cultural transmission able to influencing behaviours and catalysing collective changes.

Le nostre città abbondano di contenitori urbani svuotati delle funzioni originarie, inutilizzati1 per la complessità dei processi decisionali e allo stesso tempo per le attese speculative. Se da una parte sono risorse sottratte alla città e luoghi di insicurezza, di degrado fisico e sociale, dall’altra sono terreno fertile per la sperimentazione di relazioni sociali, per eventi che propongono modi, strumenti e contenuti differenti.
Il concetto di azione temporanea o evento nello spazio urbano trova i suoi precedenti nei movimenti2 di avanguardia lettrista e situazionista prima, e più tardi con gruppi radicali come gli Ufo3. Attraverso la messa in scena di azioni temporanee questi ultimi danno avvio a occasioni di riflessione e protesta contro l’appiattimento dello spazio e della vita sociale. Dall’essere un approccio ribelle, emergente e sporadico, tali pratiche si sono diffuse progressivamente suscitando interesse sia come oggetto di studio e di ricerca che a livello politico e sociale. Se da una parte vi sono attivisti improvvisati dall’altra vi sono professionisti, studiosi e gruppi di ricerca interessati a indagare le potenzialità di queste strategie. Il progettista-attivista, secondo Fuad Lukas (2009), è un happener e il progetto un’espressione umana essenziale per facilitare il passaggio verso un futuro più sostenibile. Attraverso le pratiche di riciclo i maker urbani riutilizzano dispositivi e strumenti ricombinandoli con un nuovo significato. Cercano risposte lavorando con i rifiuti e resti. La smart city è costruita anche grazie alla loro intelligenza sociale, piuttosto che attraverso dispositivi tecnologici. Producono beni pubblici ma nella maggior parte dei casi non hanno nessun rapporto con il settore pubblico. Non si preoccupano di teorizzare differenti visioni per il futuro: lo mettono in pratica muovendosi nell’ambito dell’innovazione sociale, un tema al centro del dibattito dei programmi di ricerca europea. (…)

L’articolo completo è pubblicato sul numero 36-37 de ilProgettoSostenibile (vai all’indice)

Facebooktwittergoogle_pluspinterestlinkedinmail