3
Lug

Interventi di rigenerazione urbana: criteri per il recupero sostenibile dei centri storici

Carlo Patrizio

Nelle discipline del progetto, sia alla scala urbana che a quella edilizia, il tema dell’intervento sul patrimonio esistente, per coloro che a diversi livelli e con differenti competenze vi si sono cimentati, ha rappresentato da sempre una sfida – spesso impervia – tra le istanze della conservazione e le spinte all’innovazione; tra i cultori dell’intangibilità dell’originario valore storico-documentale di un edificio e coloro che, invece, si mostrano disponibili a sacrificare tali valori con sospetta e colpevole superficialità; e ciò in nome di una modernità – talvolta almeno chiassosa – che spesso è apparsa funzionale solo alla rendita immobiliare. D’altronde, è sotto gli occhi di tutti che i centri storici delle nostre città, soprattutto quelli minori, sovente si trovino in condizioni di forte degrado ambientale, cui spesso si intrecciano anche fenomeni altrettanto significativi di disagio sociale.

Quando invece, più recentemente, la politica e il mondo professionale e della ricerca scientifica hanno compreso che le azioni di trasformazioni e di modificazione del territorio dovessero avere nella sostenibilità il loro registro fondamentale, la loro qualità irrinunciabile, quella dialettica (innovazione/conservazione), invero un po’ accademica, è stata superata da una nuova prassi del “fare città” ; e il dibattito che essa aveva alimentato ha ceduto il passo a un confronto, sicuramente più utile del precedente e, nondimeno, più stimolante sul piano disciplinare, su quali possano essere i criteri paradigmatici per una re-integrazione dell’edificio storico, finalmente inteso come un componente del più ampio sistema territoriale, nel cui contesto è fisicamente collocato, storicamente datato, antropologicamente stratificato e infine, socio-economicamente integrato.

Con questa chiave di lettura, appare evidente il cambio di prospettiva: non mette più conto stabilire se si debba “conservare” o “innovare” questo o quell’edificio (monumentale o meno), quanto piuttosto se si debba riconoscere valore alla sua potenzialità di essere re-integrato in un “corpus” urbano che ne trascende le dimensioni fisiche e i suoi stessi valori storici, per interpretare invece la sua qualità più significativa: cioè quella di essere un elemento di un sistema, la rappresentazione di una stratificazione del tessuto il quale è allo stesso tempo edilizio, urbano, storico, culturale, ambientale, territoriale. Anzi, si potrebbe ben dire che non è più neanche il singolo testo architettonico a dover essere al centro dell’attenzione dei decisori politico istituzionali e dei progettisti, ma un intero sistema, complesso e integrato, composto non solo da edifici differenti, pur tra loro interrelati, ma comprensivo anche di altre componenti, prime fra tutte quelle ambientali e antropiche.

Sotto questa luce, la dialettica tra conservazione e innovazione lascia spazio al problema dell’integrazione. Le modalità con cui sapremo integrare i monumenti e le città storiche, la qualità delle relazioni che sapremo rigenerare tra di essi e anche tra essi e le urbanizzazioni più recenti: queste saranno i nuovi strumenti paradigmatici con cui misurare tutti gli interventi sul patrimonio storico; queste saranno i nuovi strumenti concettuali attraverso cui rileggere i singoli organismi architettonici come parte di un sistema territoriale, al quale appartengono anche i centri storici, in grado di garantire da una parte l’identità di lunga durata agli abitanti di un luogo, dall’altra una nuova tappa al percorso co-evolutivo che si stratifica sul patrimonio territoriale e sul suo valore relazionale1. In un certo senso si potrebbe ben dire che è proprio la dimensione territoriale dell’intervento nei Centri Storici e il suo valore strategico che consentono di superare la vexata questio sottesa alla dialettica innovazione/conservazione. Sottrarre un Centro Storico al rischio dell’abbandono, al pregiudizio del degrado sociale, al pericolo del decadimento fisico appare un’operazione rivolta più alla reintegrazione di un sistema territoriale, altrimenti smagliato nella sua continuità fisica, funzionale e simbolica, che un intervento teso esclusivamente a restituire valore storico a un edificio, fosse anche monumentale.

Le diverse dimensioni del sistema territoriale obbligano tutti gli attori (decisori politico-istituzionali, progettisti, soggetti sociali ed economici, abitanti) a immaginare interventi “pluri-obiettivo” che siano in grado di rimettere in valore i beni patrimoniali di un territorio; dove per patrimonio territoriale si deve intendere la stratificazione sintetica di tutti gli atti dell’abitare che si producono nel contesto del paesaggio naturale, del paesaggio costruito e del paesaggio culturale.

Si tratta, in ultima analisi, di un approccio epistemologicamente del tutto differente: interventi introversi, esclusivamente orientati alla dimensione del singolo oggetto architettonico e quindi inviluppati nella dialettica, tutta disciplinare, innovazione/conservazione, oppure programmi e azioni che, con atteggiamento olistico, sappiano integrare soluzioni progettuali interdisciplinari, in grado di affrontare il tema del recupero dei Centri Storici in termini di strategie complesse e complessive, fino alla elaborazione di veri e propri piani di gestione? Com’è noto, l’olismo è quella concezione secondo cui il tutto è un’entità più ampia della somma delle singole parti di cui esso si compone. Ecco dunque la questione centrale del ragionamento che stiamo conducendo: ogni volta che si passa a un sistema di ordine superiore (dall’edificio al centro storico, dal centro storico alla città, dalla città al territorio) non possono rimanere validi ed efficaci gli stessi strumenti interpretativi e di intervento. (…)

⇒ l’approfondimento continua sul numero 29 de ilProgettoSostenibile

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